
Nel Marzo 2024, Studio Aperto Mag trasmette su Italia 1 un servizio di approfondimento sull’illustrazione giudiziaria a cura di Gigi Sironi. Gigi ha seguito con me un’udienza in Corte d’Assise a Milano, mentre ero intento a ritrarre dal vivo ciò che accadeva in aula.
Abbiamo parlato di linguaggi alternativi, di narrazione morbida, di ricerca e tempi diversi da quelli televisivi, di arte all’interno del contesto giudiziario. È stata una chiacchierata davvero interessante, diventata poi un servizio disponibile qui:
Trascrizione

Gigi Sironi: Il pennello e gli acquerelli non si fermano neanche nei momenti di pausa dell’udienza. Ma nella sua borsa non ci sono sentenze e documenti, c’è un boccettino d’acqua che serve per diluire i colori, e spunta un asciugamano, dove Andrea intinge il pennello. Il suo è un lavoro veloce ma sapiente, attento: ogni tratto è calibrato.
Andrea Spinelli: Questo progetto ha l’ambizione di voler, come dici tu, ammorbidire ciò che viene ritratto, ciò che viene visto durante i processi.
G. S.: Costruire una narrazione morbida, è questo che fa il ritrattista giudiziario. A bassa voce, lo intervistiamo mentre lavora nel bel mezzo di un’udienza della Corte d’Assise in Tribunale a Milano.
A. S.: In America è proprio una cultura che dura, pensa, addirittura dai tempi dei processi alle streghe di Salem.

G. S.: in America li chiamano courtroom sketchers, tradotto significa “abbozzatori di tribunale”. Da noi Andrea Spinelli è l’unico, per il momento, perché in Italia è la prima volta in assoluto che un ritrattista giudiziario entra in aula per assistere alle udienze.
A. S.: Trovandomi in Corte d’Assise che è, appunto, la sezione dove vengono processati i crimini più violenti, più scioccanti per la comunità, ciò a cui do più attenzione sicuramente sono le reazioni emotive.
G. S.: Si tratta di fermare su carta, impressionare, un momento dell’udienza che racconta quella giornata in aula.
A. S.: Questo era un momento particolarmente intenso in cui si raccontava proprio della scoperta dell’accaduto. Poi, la tecnica che ho acquisito negli anni dipingendo ad acquerello, è molto espressiva e, quindi, si lega molto bene a questa ricerca che faccio. Perché è proprio una ricerca, mi interessa la parte umana, psicologica. È questa la parte più interessante di questi processi secondo me. È anche importante riuscire a entrare in quello che si dice, in quello che viene discusso e sentirlo, riportarlo. Diventi un po’ come una sorta di spugna, come se fosse un mosaico di tante piccole situazioni, tante piccole storie, che sono concatenate e possono raccontare una una vita o un pezzo di vita, in un momento spesso tragico, come accade in questa sezione del Tribunale.
G. S.: In Corte d’Assise vengono giudicati i crimini più violenti e i casi di cronaca più scioccanti per la comunità. Il lavoro del ritrattista è proprio quello di scavare la ricerca di una reazione o di un’emozione per poi illustrarla, che è come raccontarla, ma mettendole davanti un filtro.
A. S.: È il termine esatto, un filtro che permette di assorbire queste informazioni, anche con un tempo diverso. Il fatto che si tratti appunto di vite, di condizioni, di epiloghi molto molto pesanti, questo mi dà ancora di più la sensazione di dover trasmettere nel modo corretto quello che vivo qui dentro.

Titoli del telegiornale: Diciotto anni dopo torna in aula la Strage di Erba. Uccisa con trentasette coltellate dal fidanzato. Folla all’apertura del processo.
G. S.: Quello che succede all’interno di un’aula di tribunale, a volte, non si può riprendere, ma si può illustrare. Fermare con degli acquerelli su un foglio di carta, è questo il lavoro di Andrea.
A. S.: Questo progetto nasce anche con la consapevolezza che, a volte, la narrazione puramente fotografica, visiva, può risultare aggressiva. Uno degli scopi, l’ambizione di questo progetto è riuscire a raccontare in un modo meno crudo ma, allo stesso tempo, impattante, ovviamente, ma più morbido.

G. S.: Se per questioni di sicurezza o di ordine pubblico i mezzi di ripresa audiovisiva non sono ammessi in aula, questo progetto sperimentale di arte giudiziaria rappresenta una terza via, come spiega il dottor Fabio Roia, Presidente del Tribunale di Milano.
Pres. Fabio Roia: In realtà non si tratta di un passo indietro rispetto alla tecnologia, ma secondo me di un passo avanti o di un passo di riflessione, perché la possibilità di riprendere, anche in maniera meno aggressiva i volti, le espressioni, i tratti delle persone che sono i protagonisti di un processo penale, è una forma che coniuga un velo di attualità e di cronaca giudiziaria, ma anche e soprattutto di arte.
G. S.: Qui, vedete, ci siamo anche noi giornalisti con le telecamere, ma parliamo di due linguaggi diversi.
A. S.: Il mio sogno è renderlo proprio un linguaggio alternativo a quello delle telecamere o, comunque, uno strumento in più, anche per voi professionisti di questo settore, per raccontare questo tipo di realtà.

















































