Milano, 5 Novembre 2025.
Siedo a pochi metri dal Procuratore Generale Lucilla Tontodonati. Osservo l’enorme quantità di documenti e faldoni sul tavolo. Il Procuratore Generale poggia una mano su di essi mentre espone la sua requisitoria — oltre due ore di intervento — in cui chiede l’ergastolo per l’imputata Alessia Pifferi.

Alla vista di quei faldoni ripercorro mentalmente i due anni e mezzo trascorsi dalla prima udienza, l’8 maggio 2023, nella Corte d’Assise di Milano. Allora in aula c’erano pochi giornalisti e qualche telecamera. Oggi, invece, la presenza mediatica è massiccia.
Quando arriva il turno dell’avvocata Alessia Pontenani, la sua arringa è breve ma ferma:
“Non si può chiedere resipiscenza ad Alessia Pifferi, perché non è in grado di comprendere le sue responsabilità.”

Poi la Corte si ritira, annunciando un paio d’ore di attesa che diventano almeno tre. Il tempo si congela, la tensione cresce di minuto in minuto. Chi è in aula azzarda previsioni, ognuno con le proprie ragioni.
Quando i giudici tornano, la Presidente Ivana Caputo legge il dispositivo: la Corte condanna Alessia Pifferi a 24 anni di carcere, riconoscendone la piena capacità di intendere e di volere, pur rilevando un “disturbo del neurosviluppo” con immaturità affettiva.

Si chiude così il secondo cerchio di una vicenda giudiziaria che ha fatto — e farà — discutere l’intero Paese.


Lascia un commento